IL MISTERO DELLA PIETRA DI TRENTOLA

Ha attraversato i secoli, ha dato vita a racconti e leggende, è un muto testimone di epoche lontane e di chi ci ha preceduto su questa Terra, decisamente meriterebbe una maggiore considerazione che essere trattata come un banale spartitraffico.

Stiamo parlando della “Pietra (o Cippo) di Trentola” nel comune di Marcianise in provincia di Caserta.

Si tratta di un blocco lapideo che gli automobilisti incontrano all’incrocio fra la via Principale Loriano – Trentola e quella di Casal del Bene, proprio al centro della carreggiata. Vero e proprio spartitraffico, contro il quale più di qualche autovettura è andata a sbattere come dimostrano gli evidenti danni recenti al monolite.

Ma che cos’è esattamente la “Pietra di Trentola”? In base agli studi di eminenti ricercatori, tra cui il noto archeologo M. Pagano, si è a lungo pensato che fosse un cippo romano di probabile età augustea che veniva utilizzato una volta completata la centuriazione di un determinato territorio.

Ma il fatto che sia un “termine muto”, ovvero che manchino iscrizioni sulla Pietra, ha indotto alcuni ricercatori a propendere per un’altra spiegazione.

Ad esempio, Pasquale Fecondo, giovane archeologo di Marcianise, sostiene che vada identificata come un contrappeso per torchio. E questo basandosi sulle notevoli somiglianze della “Pietra di Trentola” con un masso rinvenuto nel sito archeologico di una Villa rustica nella non distante Francolise (CE)

Anche lo studioso Nicola Erboso è del medesimo avviso. La sua convinzione trova robusti addentellati nell’aver posto l’attenzione sulla presenza di caratteristici incastri a coda di rondine necessari proprio per sollevarla perpendicolarmente e utilizzarla come contrappeso per un torchio.

Un reperto identico, proveniente dal comune di Caiazzo, è visibile nel Museo di Calvi Risorta, sempre in provincia di Caserta.

Ma aldilà di che cosa sia stata realmente e dalla sua indubbia importanza come testimonianza dell’epoca Romana, in questa sede la “Pietra di Trentola” ci interessa per la congerie di tradizioni, miti e leggende che sembrano avvolgerla.

Non si sa con certezza quando la “Pietra” venne utilizzata come termine confinario, forse agli inizi del Medio Evo, ma è chiaro che fu da quel momento che su di essa cominciarono a sorgere dicerie e racconti.

Ad esempio si parla di un Tesoro custodito nientemeno che dal Demonio in persona. Tesoro che, se recuperato o semplicemente ammirato, porterebbe soltanto disgrazie e malasorte. Guai a provare a smuovere la “pietra”! Si racconta che nemmeno la forza di diversi buoi fosse capace di farlo. Ma, se disgraziatamente qualcuno vi fosse riuscito, avrebbe sentito una voce cavernosa pronunciare le parole “Ora che mi avete girato, sto fresco e riposato”.

Una variante della leggenda, fermo restando la natura malefica del Tesoro, identifica il proprietario nella figura storica di Annibale, il grande condottiero cartaginese che nel III secolo a.C., fece “vedere i sorci verdi” ai Romani.

Che cosa avrebbe a che fare il vincitore delle battaglie del Ticino, Trebbia, Trasimeno e Canne con la “Pietra di Trentola”? Beh, sebbene non ci sia (è bene sottolinearlo) alcun indizio storico o archeologico, un nesso logico esiste. Eccome!

Dopotutto il leggendario condottiero punico (i Romani chiamavano in questo modo gli abitanti di Cartagine, antica colonia fenicia sulla costa dell’attuale Tunisia), durante quella che chiamiamo Seconda Guerra Punica, c’è stato davvero dalle parti di Marcianise.

Annibale, dopo aver distrutto, il 2 agosto del 216 a.C., nella celebre battaglia di Canne, in Puglia, l’esercito romano forte di ben 90.000 uomini (fu la più grande disfatta militare di tutta la storia di Roma; secondo lo storico altino Tito Livio caddero sul campo quasi 50.000 romani, oltre 28.000 furono i prigionieri di cui molti feriti che morirono nelle ore successive), nonostante avesse la strada per Roma spianata, non tentò la conquista della Urbs Aeterna. Gli storici si sono scervellati per secoli sul motivo per cui Annibale commise questo (apparentemente) grossolano errore.

“Dopo aver sfondato una porta, uno che fa? Entra. Sembra il ragionamento più logico del mondo: almeno così tutti presumono. Annibale a Canne aveva distrutto l’esercito più potente che Roma avesse mai messo in campo. Il nemico era in ginocchio, ed egli più che mai invincibile. La porta di Roma era spalancata. Non c’era nulla che potesse arrestarlo. Ma Annibale non andò a Roma. Perché?” (da “Annibale” di Gianni Granzotto. Mondadori 1980).

Gli storici dell’Antichità come Polibio, Tito Livio e altri, ci hanno tramandato la frase che la sera della vittoria, Maarbale comandante della temibile cavalleria cartaginese avrebbe detto allo stesso Annibale;

“Mandami avanti con i miei cavalieri e tra cinque giorni ti preparerò la cena in Campidoglio”

Un po’ come il soldati Tedeschi e Austroungarici che dopo la disfatta italiana di Caporetto durante la Prima Guerra Mondiale, scrivevano sui treni “Morgen nach Rom” (“Domani a Roma” )…..poi sappiamo tutti come è finita in entrambi i casi.

Tedeschi e Austroungarici vennero fermati sul Piave, ben lontani da Roma e Annibale preferì non puntare sull’odiata città rivale ma verso la “Campania Felix” e la dolce Capua.

Sui testi antichi leggiamo che al diniego di Annibale, Maarbale abbia risposto “Gli dei non concedono mai tutti i propri doni ad un uomo soltanto. Annibale tu sai conseguire le vittorie ma non sai sfruttarle!”

In realtà il condottiero punico si comportò in quel modo a ragione veduta. Era perfettamente consapevole che una volta arrivato sotto le mura di Roma (ovviamente all’epoca erano quelle che la tradizione vuole costruite dall’antico re Servio Tullio, in realtà risalenti al IV secolo a.C., e non quelle dell’imperatore Aureliano, sorte nel III secolo d.C.) non sarebbe mai riuscito ad espugnare la città privo com’era di macchine ossidionali.

Dietro quelle mura erano comunque schierate due legioni romane intatte. Tenute come riserva e quindi si erano salvate dal disastro di Canne. Inoltre non aveva una base sicura per ricevere rifornimenti dalla madrepatria, da Cartagine in Africa settentrionale. Decise di cambiare tattica. Forte del fatto che all’indomani della vittoria di Canne, cominciò a ricevere schiere di rappresentanti di popoli e città italiche o della Magna Grecia che chiedevano alleanza e protezione contro l’ ”oppressione romana”. Vizio vecchio quello tutto italico (e italiano) di saltare sul carro del Vincitore. Da ricordare che gran parte di queste città erano libere, al massimo legate da trattati e alleanze con Roma e che fino a Canne si erano ben guardate dallo schierarsi dalla parte dell’invasore cartaginese.

Annibale si convinse che avrebbe potuto ridisegnare la carta geopolitica (come diremmo noi oggi) dell’Italia Meridionale e, perché no, Centrale. Riuscendo a costituirsi una base certa e sicura da cui riprendere le operazioni militari verso Roma.

“Arrivarono a Canne per primi i maggiorenti di Salapia, di Erdonea, di Ece, di Arpi. Arpi che era stata inflessibile e orgogliosa fino alla vigilia stessa della battaglia, il più importante municipio romano dell’Italia Meridionale dopo Capua e Taranto. Poi vennero a sfilare davanti ad Annibale i rappresentanti dell’Irpinia. E dopo di loro cominciarono quelli delle città del Sannio, del Bruzio e della Lucania”. (da “Annibale” di Gianni Granzotto. Mondadori 1980).

Annibale ricevuti gli atti di sottomissione decise di levare le tende di portarsi attraverso i valichi del Sannio e la valle del Volturno verso la città che più di ogni altra era stata tra gli obbiettivi principali sin dalla leggendaria attraversata delle Alpi con gli elefanti: Capua.

La Capua dei tempi di Annibale corrisponde all’attuale Santa Maria Capua Vetere, era una città celebre in tutto il Mediterraneo come ricchissimo emporio mercantile. Per numero di abitanti ed importanza economica, Capua era la seconda città della penisola italiana. Ma essendo da secoli in contatto con le civiltà etrusca e greca, era pure raffinata e culturalmente avanzata. Molto di più di Roma.

Annibale entrò a Capua tra ali di folla festante che lo vedevano come liberatore dai Romani, nei primi giorni dell’autunno del 216 a.C.. E’ probabile che avesse in mente di fare della bella e ricca Capua la capitale di una “nuova Italia” “non romana” ma asservita agli interessi di Cartagine. I Capuani che si sentivano (non a torto) superiori culturalmente agli abitanti del “Sette Colli”, videro l’arrivo del Cartaginese come l’occasione storica per scrollarsi di dosso l’egemonia dell’Urbe e assurgere a quel ruolo di faro e punto di riferimento culturale ma soprattutto economico a cui da tempo aspirava.

Annibale fece occupare dalle sue truppe l’abitato di Casilino (più o meno l’area dell’odierna Capua) diviso dall’antica dal fiume Volturno (il corso era diverso da quello attuale), in maniera di poter tenere tranquillamente la posizione di Capua. Poi fece porre il campo ai piedi del cono vulcanico noto come monte Tifata, poco fuori della città.

Nella splendida, profumata (si coltivavano le celebri “Rose di Capua” e un intero quartiere era impegnato nella loro lavorazione), spregiudicata, licenziosa, città campana, Annibale e i suoi soldati non trovarono soltanto un solido alleato (Capua poteva mettere in campo un esercito di oltre 50.000 uomini tra fanteria e cavalleria), una base sicura per passare l’Inverno, ma pure quei sollazzi, mollezze e divertimenti (la bellezza delle donne capuane era leggendaria) che passeranno alla Storia come gli “Ozi di Capua”.

La Storia, si sa, prese poi un altro corso. Roma si riarmò, dando ennesima dimostrazione del carattere dei propri cittadini, e del fatto che nel conflitto epocale che noi chiamiamo “Guerre Puniche”, lo scontro era tra un Uomo solo, sebbene fosse un geniale stratega e condottiero, Annibale, e una intera Nazione in armi.

Se il Punico aveva occupato Capua e Casilino, i Romani (ripresisi dallo shock della disfatta di canne) mandarono alcune legioni a sbarragli la strada. Infatti si attestarono proprio davanti all’abitato di Casilino. Altre truppe furono mandate a dar man forte a Cuma e a Napoli che erano rimaste fedeli a Roma e che avevano chiuso le porte in faccia ad Annibale.

L’uomo che entrerà nell’immaginario romano tanto che per secoli le dicendo che mamme per far star buoni i pargoli dell’Urbe, li minacceranno con Annibale “ad portas”; Annibale stava arrivando, rimase a Capua per tutto l’inverno del 216/215 a.C.. Poi in primavera Annibale riprese le operazioni militari e lasciò la dolce Capua.

Alla luce di tutto ciò, della storica presenza del condottiero cartaginese nell’attuale territorio della provincia di Caserta, Marcianise e la sua “Pietra” sono poco più a sud dell’antica Capua, è assolutamente comprensibile come possano essere nate tradizioni e leggende (certamente più tarde, ma non per questo meno interessanti) che tirano in ballo l’acerrimo nemico di Roma.

Ovviamente per i motivi a cui si è accennato inizialmente (soprattutto al fatto che la “Pietra” è stata molto probabilmente posta in quel luogo secoli e secoli, se non millenni dopo, i fatti della Seconda Guerra Punica) sotto il blocco lapideo non c’è assolutamente nulla. Né il suo sulfureo Guardiano, né il “Tesoro di Annibale”. Che tra l’altro, almeno in questi termini, non è mai esistito.

Se per “Tesoro” si intende il bottino della battaglia di Canne (e delle vittorie precedenti), è storicamente provato che Annibale lo inviò a Cartagine. Ne facevano parte, narrano gli autori classici, migliaia e migliaia di preziosi anelli che portavano i Romani caduti nella battaglia in Puglia. Raccolti in capaci ceste, furono fatti rotolare dagli emissari di Annibale (gran parte veterani della guerra in Italia), sul pavimento davanti ai membri del senato cartaginese.

Ci è stato tramandato, con un brivido di raccapriccio, che ad alcuni anelli erano ancora infilate le dita dei morti. Forse da simili descrizioni è nato il mito del “Tesoro maledetto”.

Tutto ciò ad ulteriore riprova, se mai ce ne fosse bisogno, della infinita ricchezza storica, archeologica, culturale del nostro territorio (italiano e, in questo caso campano), che solo la sciagurata pochezza di noi contemporanei non riesce a preservare per le generazioni future e a trasformare in fonte sostenibile di benessere economico.

Ecco perché la “Pietra di Trentola” meriterebbe ben altra attenzione. Non un blocco di plexiglass, in cui rinchiuderla. Come vorrebbe qualcuno. Ma rimuovendola (magari sostituendola con una copia) e ospitarla in altra e degna struttura.

Testo di Giancarlo Pavat

Foto (dove non altrimenti specificato) di Gaetano Colella